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La leggenda della dea Maia sepolta sulla Majella

La Sacra Montagna Madre conserva il ricordo di leggende antichissime: scopriamo il filo rosso tra Mente e Natura

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Diverse tradizioni si incrociano nella storia della Majella, il massiccio montuoso più alto degli Appennini continentali dopo il Gran Sasso.

Il suo nome deriva da Maia, la quale, secondo la mitologia greca, era un’antica dea della fertilità e del risveglio primaverile, la più bella delle Pleiadi, ninfe poi divenute compagne di Artemide, dea delle foreste e degli animali selvatici (e non, semplicemente, della caccia nella sua accezione comune). Si narra che Maia ebbe un figlio con Zeus, il dio Hermes, o Ermete, l'alato messaggero degli dei e protettore dei viandanti, dio dell'intelletto e della conoscenza nella sua accezione più ampia, nonché psicopompo, ossia avente la funzione di accompagnare le anime dei morti nell’oltretomba. 

Leggenda vuole che Maja giunse nella penisola italica fuggendo, assieme al figlio Hermes, dalle guerre nell’antica Frigia, oggi Turchia, naufragando fino alle coste della città di Orton (Ortona). Durante la tempesta che provocò il naufragio, il gigante Hermes morì e fu sepolto lì dove oggi sorge il Gran Sasso, che ancora oggi viene chiamato “il Gigante che dorme”. Maia, con il cuore lacerato dal dolore per la perdita dell’unico, amato, figlio divino, vagò per i monti cercando una pace che non trovò, infatti la sofferenza era tale che la inghiottì ed essa morì di crepacuore. I seguaci superstiti della dea, che l’avevano accompagnata dalla Frigia, la seppellirono su una montagna di fronte al Gran Sasso, per permetterle di vegliare eternamente il figlio. Da quel giorno questa montagna divenne la Sacra Montagna Madre del popolo abruzzese e fu chiamata Majella in suo onore.

Nella mitologia italica e latina la dea Maia assume sfumature diverse e il suo stesso legame con le sorelle Pleiadi è incerto. Nella nostra penisola essa era venerata come dea della forza vitale e della rigogliosità della natura, conservando dunque il senso greco della sua divinità, ma ebbe qui un figlio gigante con il dio del fuoco Vulcano. Alcune interpretazioni la associano alla Dea Bona, la Grande Madre, dea della fecondità per la quale sorgeva un tempio non lontano dalle terre di Chieti, precisamente a Manoppello dove, ancora oggi, vi è una abbazia dedicata a Santa Maria Arabona (da ara “altare” e Bona, dunque altare della dea Bona). Nella tradizione cattolica il suo culto è stato così assorbito da altre figure femminili, in primis Maria madre di Dio ma anche dalla figura di Sant’Agata, il cui culto è tutt’oggi molto radicato nella religiosità popolare dei nostri luoghi. Ne abbiamo parlato qui: https://www.terredichieti.net/focus/luoghi/571/dalla-dea-bona-a-santagata-il-trionfo-del-femminino-in-abruzzo.

Sicuramente risulta un filo rosso tra la fecondità e l'intelletto, i principi femminino e mascolino: la Dea, in qualunque tradizione la si colga, è Natura, fertile e rigogliosa generatrice di vita e il suo Figlio è l'intelletto, la Mente che pensa e che agisce nel mondo, che comunica e che scrive, come il dio Hermes che addirittura, nella tradizione egiziana, è probabile fosse chiamato Thot, scriba degli dei che donò agli egiziani leggi e lettere.

Come è evidente, essendo la spiritualità e la religiosità attributi archetipici e fondamentali dell'uomo, ovvero attinenti al suo fondamento interiore, interno, intimo, ed essendo questi appartenenti ad ogni uomo, ciò che c'è di più naturale è la condivisione, nello spazio esterno della vita comune, di simboli e miti attraverso fiabe, leggende e allegorie per dare espressione sensibile a quegli stessi archetipi. Per permettere agli uomini di creare, attraverso essi, cultura, e ricordarci chi siamo, da quale remota antichità proveniamo e quali sono le immagini che hanno attraversato i secoli e i millenni per conservarsi e giungere sino a noi in varie e intrecciate tradizioni.

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