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San Antonio Spurs, un titolo per la leggenda

In trionfo il 'nostro' Belinelli

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Ci sono squadre che entrano di diritto nella storia del basket NBA, e che restano per tutta la vita nella memoria degli appassionati. Nessuno dimenticherà mai i Chicago Bulls di Michael Jordan, i Boston Celtics dominanti degli anni '60 e quelli altrettanto splendidi di Larry Bird negli anni '80, i loro storici rivali, i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e dello Showtime. In questo novero di grandi squadre, di diritto, sono entrati anche i San Antonio Spurs di Gregg Popovich e Tim Duncan, ancor di più dopo la partita di questa notte, che li ha incoronati per la quinta volta Campioni NBA.

Quello dei texani è stato un vero e proprio trionfo, costruito mattone dopo mattone, e soprattutto puntando sempre e soprattutto sul gioco di squadra, vero mantra dei neroargento. Un gruppo che è stato assemblato con pazienza e oculatezza da quel maestro di Popovich e dal suo braccio destro, il general manager R. C. Buford, e che ha ancora il suo perno in un fenomeno come Tim Duncan. Leader silenzioso, almeno in apparenza, sempre sulla cresta dell'onda nonostante l'età non più verde, il caraibico ha segnato con il suo arrivo la svolta nella storia di San Antonio, perché dal suo approdo nella NBA nel 1997 gli Spurs non hanno mai mancato i playoff. Al suo fianco, sono arrivati altri campioni, che hanno saputo affermarsi con il lavoro e l'impegno costante, diventando delle autentiche star nonostante il parere non troppo entusiasta degli "esperti". L'argentino Manu Ginobili, cinquantasettesima scelta nel draft 1999, e il franco-belga Tony Parker, numero 27 nel 2001, sono un chiaro esempio della lungimiranza di Buford, ma si possono anche citare esempi recentissimi come Tiago Splitter, Patty Mills, Boris Diaw, Danny Green e Kahwi Leonard, autentica stella delle Finals 2014 e meritatamente eletto MVP, miglior giocatore.

Formato il gruppo, decisiva è stata la mano esperta di Gregg Popovich per creare l'amalgama giusta e sviluppare un gioco di squadra fantastico, molto europeo nella sua concezione, con un attacco armonioso e che fa affidamento sul contributo di tutti, e una difesa attenta e in grado di leggere i movimenti dell'avversario. Gli Spurs hanno letteralmente fatto scuola, tanto che molti allievi del tecnico texano sono andati ad allenare in altre squadre NBA, e nonostante il logorio fisico e anagrafico delle stelle è sempre bastato un nuovo innesto per ridare nuova linfa e tenere in alto la squadra. Dati per finiti già da molti anni, i neroargento sembravano aver prodotto la loro ultima scintilla l'anno scorso, quando arrivarono a pochi secondi dal successo nelle Finali NBA, perdendo in 7 gare contro i Miami Heat di Lebron James con tante recriminazioni.

Quello che sembrava il canto del cigno è stata invece la base per iniziare una nuova, incredibile cavalcata, con San Antonio capace di conquistare il miglior record nella stagione regolare e di fare ancora la differenza nei playoff, soffrendo ma imponendosi contro formazioni temibili come i Dallas Mavericks, i Portland Trail Blazers e gli Oklahoma City Thunders di Durant e Westbrook. In finale, come un anno fa, si sono trovati di fronte i Miami Heat di Lebron James, Dwayne Wade e Chris Bosh, in una rivincita più che mai interessante e dall'esito incerto delle Finali 2013. Invece, dopo una vittoria a testa e un sostanziale equilibrio, gli Spurs hanno improvvisamente alzato il livello del loro gioco, vincendo nettamente due partite a Miami, fino ad allora imbattuta in casa nei playoff, per poi chiudere la serie in casa propria, ottenendo così il quinto trionfo nella loro storia. Più che nei numeri, ha fatto impressione la capacità degli Spurs di giocare splendidamente di squadra, facendo a fette la difesa degli Heat e frustrando ogni tentativo di rimonta, fino all'apoteosi finale.

In appendice, merita una grandissima nota di merito il nostro Marco Belinelli, primo italiano a fregiarsi del titolo di campione NBA, un risultato impensabile appena 10 anni fa. Il ragazzo di San Giovanni in Persiceto, sbarcato con qualche scetticismo in America e mai troppo considerato nelle prime stagioni, era già cresciuto tantissimo lo scorso anno con i Chicago Bulls, e in estate ha scelto San Antonio proprio per la sua voglia di vincere, rifiutando offerte più vantaggiose e minutaggi più elevati pur di coronare il suo sogno. Ha sofferto, vedendo ridursi i suoi minuti in campo man mano che i playoff andavano avanti, ma ogni volta che è stato chiamato in causa ha saputo farsi trovare pronto, segnando canestri pesanti e mostrando sempre l'atteggiamento giusto. Le sue lacrime sono il giusto premio alla forza di volontà, all'impegno e al sacrificio che gli hanno permesso, con merito, di indossare il prestigioso anello di campione NBA, un onore unico, possibile forse solo in un'orchestra perfetta come sono stati questi immortali e intramontabili Spurs.

Fabrizio Ronzitti

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