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Di Bartolomei: un ricordo del capitano silenzioso

Una delle bandiere della storia della Roma

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30 maggio 1994, ore 8 del mattino circa. Uno sparo turba improvvisamente la tranquillità di Castellabate, poi il silenzio torna a regnare, non solo sulla città. Termina così, in modo traumatico e del tutto inatteso, la vita di Agostino Di Bartolomei, una delle bandiere della storia della Roma, un simbolo della squadra che, nei primi anni Ottanta, ha conteso alla Juventus il predominio nel campionato italiano. E' la tragica fine di un campione amatissimo dai tifosi, un antidivo per tutta la sua carriera, un personaggio che forse è stato dimenticato troppo presto dai dirigenti e da quel mondo che per molti anni aveva rappresentato la sua vita.

Romano e romanista di nascita, "Ago" abbraccia fin da subito i colori giallorossi, arrivando presto in prima squadra e diventando in poco tempo una pedina insostituibile a centrocampo. Regista difensivo di buona tecnica, poi reinventato anche come libero nella parte finale della carriera, dotato di un tiro violentissimo, capace di sopperire con tempismo e ottima visione di gioco ai suoi limiti fisici, freddo e sempre lucido nei momenti decisivi, è il capitano e il leader naturale di una squadra che lentamente emerge dall'anonimato e diventa protagonista in serie A. Intorno a lui e ad altri grandi protagonisti come Tancredi, Pruzzo, Bruno Conti, Falcao e Ancelotti, sotto la guida serena ed esperta di Nils Liedholm, la Roma è protagonista di ottime annate, su tutte l'indimenticabile 1983, con la conquista del secondo scudetto della sua storia al termine di una cavalcata trionfale. L'anno successivo, i giallorossi hanno l'occasione di scrivere la storia: la finale di Coppa dei Campioni si disputerà proprio nella Capitale, è un occasione irripetibile per centrare il trionfo davanti ai suoi tifosi. Gli sforzi dei capitolini vengono premiati, Di Bartolomei e compagni arrivano all'ultimo atto del torneo, ma si trovano davanti un Liverpool forte e cinico, che non si fa condizionare dall'ambiente a dir poco rovente, e ai rigori porta a casa il trofeo. E' il 30 maggio del 1984, ed è una delle ultime apparizioni di Agostino con la "sua" maglia, quella che ha indossato per quindici anni, la maggior parte dei quali da capitano.

Con l'addio di Liedholm e l'arrivo del nuovo allenatore Eriksson, per la vecchia bandiera non c'è più spazio, il rapporto con la società dopo la finale persa non è più lo stesso, e così dopo una vita in giallorosso Di Bartolomei fa le valigie e se ne va. Segue il suo vecchio mister al Milan, una squadra giovane e ambiziosa, che vuole tornare grande dopo due retrocessioni in B e annate molto deludenti. Rimane a Milano per tre stagioni mantenendosi su buoni livelli e segnando anche il classico gol dell'ex alla "sua" Roma, con tanto di esultanza polemica. Nell'estate del 1987, con l'arrivo in panchina di Arrigo Sacchi, il vecchio e lento centrocampista è tra i primi a partire, inadatto com'è al calcio veloce e innovativo del mago di Fusignano. Dopo un'ultima stagione in A con il Cesena, Di Bartolomei scende in serie C, nella Salernitana, squadra della provincia di cui è originaria la moglie, e disputa gli ultimi due campionati della carriera, coronando il sogno dei campani di tornare in serie B dopo 23 anni. E' la sua ultima impresa sul campo, nell'estate del 1990 Ago dice basta, e a 35 anni si ritira dal calcio giocato.

E' da questo momento che inizia la lenta, inesorabile discesa che porta Di Bartolomei sempre più in basso, che ingigantisce il tarlo nella mente di un vecchio campione che sente di aver perso qualcosa, prova un vuoto profondo nel suo animo. Vorrebbe aprire una scuola calcio per bambini, ma incontra mille difficoltà burocratiche e sociali, fa degli investimenti nel mondo dell'imprenditoria che si rivelano fallimentari. Soprattutto, aspetta invano una chiamata dalla sua Roma, da quella squadra che ha sempre amato anche dopo il doloroso addio, e che nonostante tutto lo ignora, sembra averlo dimenticato. Il 30 maggio 1994, dieci anni dopo quella finale persa contro il Liverpool, il peso dei ricordi e della nostalgia diventa insostenibile, e Agostino Di Bartolomei decide che così non può più vivere. Il capitano silenzioso e razionale, l'uomo freddo che non ha mai avuto un eccesso, un gesto fuori dalle regole, fa quello che nessuno si aspetta, e compie l'estremo gesto del suicidio.

Gli onori postumi non cancellano la lunga e immotivata assenza di chi ha dimenticato troppo in fretta quello che l'uomo e il calciatore hanno regalato alla città e ai colori giallorossi. Da quel tragico 30 maggio 1994, la Roma piange due volte, ricordando queste due grandi perdite, la prima sportiva, l'altra umana. E oggi, a vent'anni da quel gesto tremendo e che ancora qualcuno non riesce a perdonarsi, si stringe commossa nella celebrazione del capitano del magico Scudetto del 1983, il leader silenzioso e lontano dalle cronache, che solo quando se n'è andato ha fatto davvero capire quanto fosse grande la sua presenza.

Fabrizio Ronzitti

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