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Marco Pantani, un mito indelebile a 10 anni dalla scomparsa

Un ricordo del 'Pirata'

| di Fabrizio Ronzitti
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14 febbraio 2004. Un San Valentino difficile da dimenticare, quello di 10 anni fa, soprattutto per l'Italia del ciclismo, che si è ritrovata all'improvviso a piangere uno dei suoi campioni più amati e forse più controversi di sempre. Dieci anni trascorsi in un attimo, ma c'era voluto molto meno per rovinare la carriera di un atleta, per distruggere la vita di un uomo, e portarlo a questa tragica fine.

L'uomo in questione era Marco Pantani, il Pirata, lo scalatore impavido e temerario, che ha sempre vissuto in salita, nel ciclismo come nel corso della sua purtroppo breve esistenza. Non aveva un carattere semplice, nella vita privata era una persona estremamente timida, insicura, fragile, ma quando inforcava la bicicletta si trasformava, i dubbi svanivano, e più la strada diventava ripida più lui l'affrontava con desiderio e convinzione. Una passione, quella per il ciclismo, che l'ha aiutato più volte a superare momenti duri, con la sfortuna che sembrava perseguitarlo e colpirlo proprio quando era ad un passo dall'affermarsi, dalla vittoria. Il grave incidente dell'ottobre 1995, dopo un terzo posto ai Mondiali che sembrava un trampolino di lancio, lo scontro con un fuoristrada che si immette contromano durante la Milano-Torino, la gamba sinistra che riporta serie fratture, una promettente carriera che potrebbe bruscamente interrompersi. Lo sfortunato ritiro nelle prime tappe del Giro d'Italia del 1997, dopo un anno passato a riprendersi e recuperare la forma migliore, a causa di una caduta provocata addirittura da un gatto che gli taglia la strada, e ancora una volta i sogni di gloria che sembrano andare in frantumi. Marco aveva reagito a tutto questo, da campione, aveva finalmente coronato i sogni di vittoria nel magico 1998, quando al Giro e al Tour aveva staccato tutti, soffrendo in cronometro, scalpitando in pianura, e dando il meglio di sé sulle montagne, tra ali di folla, osannato dai fan di tutto il mondo, personaggio come pochi ce n'erano stati e pochi ce ne saranno dopo di lui.

Poi, nell'anno successivo, quello che doveva aggiungere nuovi capitoli alla leggenda, arrivò invece la doccia fredda di Madonna di Campiglio, l'ematocrito più alto dell'1% rispetto al limite massimo consentito, la sospensione da un Giro che stava dominando, la successiva rinuncia al Tour de France. La discesa, quella vera, iniziò allora nella vita di Pantani, perché quell'accusa di doping fu un peso troppo grande, più di ogni incidente e della sfortuna, e dopo quell'episodio non tornò mai del tutto sé stesso. Stavolta era stata la psiche dell'uomo ad essere colpita, minata profondamente, e quella ferita non si sarebbe mai rimarginata del tutto, il vero Pirata non sarebbe più tornato dopo Madonna di Campiglio. Nel 2000 gli ultimi acuti, al Tour de France, i suoi scatti d'orgoglio oltre che di forza contro l'americano Lance Armstrong, colui che ironia della sorte all'epoca era considerato il simbolo del riscatto dalle disgrazie della vita e dello sport pulito e vincente. Poi, il lento declino, le vicende extrasportive, le cause per doping che non lo lasciarono tranquillo, gli impedirono di riprendere una preparazione seria alle corse, i Giri d'Italia da anonimo comprimario, e i freddi organizzatori del Tour che più volte lo rifiutarono, gli chiusero definitivamente la porta. Marco cadde sempre più in depressione, si allontanò da tutto e tutti, trovò conforto nell'alcol e soprattutto nella cocaina, triste compagna del periodo più triste della sua vita. Fino al tragico e controverso epilogo di quel 14 febbraio 2004, quando morì in circostanze misteriose per una presunta overdose di droga a Rimini, solo e abbandonato da tutti.

La sua fama però non è mai morta, la passione che ha lasciato nel cuore dei suoi vecchi tifosi vive e brucia tuttora, in tantissimi ancora si emozionano rivedendo i filmati dei suoi scatti e delle sue vittorie. Perché in fondo Pantani era ed è ancora il campione della gente, l'eroe solitario che va avanti per la sua strada, che si fa amare dal popolo proprio per il suo essere forte e al tempo stesso fragile, con un talento divino ed un animo tanto, troppo umano. Un vero simbolo del ciclismo, uno di quei personaggi che tanto mancano oggi, genuino come pochi, nel bene e nel male, un mito che neanche le accuse di doping, vere o presunte tali, sono riuscite a sbiadire. E che oggi più che mai resta nell'Olimpo del ciclismo italiano, perché di campioni ne possono nascere tanti, ma come Marco Pantani non nascerà più nessuno.

Fabrizio Ronzitti

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