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Vent'anni dopo: la scomparsa del Mozart dei canestri

Un ricordo di Drazen Petrovic

| di Fabrizio Ronzitti
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Per moltissimi europei amanti della pallacanestro, quella del 7 giugno 2013 sarà sempre una data ricordata con profonda tristezza: sono passati esattamente vent'anni da quella notte in cui, su un'autostrada tedesca, un terribile incidente stradale si portava via Drazen Petrovic, uno dei più grandi campioni di sempre nella storia del basket europeo e non solo. Un giocatore straordinario, un campione a tutto tondo, un personaggio dentro il campo e un uomo tranquillo fuori, un esempio per migliaia di ragazzi che seguendo il suo esempio hanno iniziato a vedere l'NBA come un sogno non così impossibile come poteva sembrare.

Nativo di Sebenico, città croata ma all'epoca parte della Jugoslavia unita, si avvicina al basket seguendo l'esempio del fratello maggiore Aleksandar, e ben presto fa di questa passione la ragione di una vita. La madre ricorda ancora quando, ancora ragazzo, si alzava alle sei del mattino, apriva la palestra di cui aveva ricevuto le chiavi, sistemava accuratamente le sedie e si allenava per alcune ore a palleggiare e tirare prima di andare a scuola. Il talento fa il resto, Drazen in poco tempo diventa il nuovo baby fenomeno della Jugoslavia, con il suo tiro preciso e infallibile e la sua grande intelligenza che gli permette di fare giocate impensabili per gli altri. Si fa notare prima nella squadra locale dello Sebenico, poi al Cibona Zagabria, con cui vince tutto in patria e in Europa, arrivando a segnare 112 punti in una singola partita. Il campionato di casa non gli basta più, approda in Spagna al Real Madrid, fa meraviglie anche lì, come quando segna 62 punti nella finale di Coppa delle Coppe contro la Caserta di Gentile e Oscar, e in estate guida la Jugoslavia al dominio nei Campionati Europei giocati in casa, aggiungendo un oro all'argento olimpico dell'anno prima, quando aveva perso contro un altro mostro sacro del basket europeo, il centro lituano Arvydas Sabonis.

L'ennesimo successo lo convince a fare un ultimo, importante passo, quello che pochissimi europei avevano tentato fino ad allora: il salto nella NBA, il campionato di basket americano, il sogno proibito di tutti i cestisti del vecchio continente. Portland, che già aveva un'opzione per lui nel draft del 1986, lo sceglie, ma l'impatto con la nuova realtà è molto più duro del previsto. Nella squadra di Clyde Drexler il povero Petrovic è uno dei tanti, fatica a trovare spazio e minuti, si deve accontentare di segnare pochissimi punti a partita dopo aver viaggiato a medie di oltre trenta e quaranta in Europa. Il suo allenatore Rick Adelman non gli da fiducia, comincia a diffondersi la voce che sia un giocatore troppo egoista e isolato dagli altri compagni, in generale paga la diffidenza del mondo americano per questi ragazzi europei che vengono da un basket diverso e nessuno giudica in grado di competere con gli "dei". Anche in casa le cose non vanno bene: la Jugoslavia comincia pericolosamente a collassare per le varie spinte indipendentiste al suo interno, il Mondiale vinto nel 1990 è l'ultimo momento di gloria di una Nazione che ormai è pronta ad una terribile guerra civile, che rovina i rapporti tra vecchi compagni di squadra e non permette di giocare con serenità.

A gennaio del 1991, dopo un anno e mezzo di difficoltà, arriva finalmente la svolta per la carriera americana di Petrovic: viene scambiato con i New Jersey Nets, che immediatamente gli affidano una maglia da titolare e gli danno fiducia. In breve tempo, il ragazzo diventa il leader della squadra che arriva ai playoff dopo anni di delusioni, la sua media punti torna sopra i venti e nell'estate del 1993 viene anche inserito nel terzo miglior quintetto della NBA, un riconoscimento impensabile fino ad allora per un europeo. L'ultima consacrazione arriva nell'estate dell'anno precedente, quando guida la neonata Croazia ad una incredibile medaglia d'argento nelle Olimpiadi al cospetto del Dream Team americano di Bird, Magic, Michael Jordan e tante altre stelle, dimostrando che il basket europeo non è così inferiore a quello giocato nella NBA. E' proprio in questo periodo, all'apice della sua carriera cestistica e con alcune offerte importanti da valutare per il futuro, che avviene il tragico incidente. Dopo una partita in Polonia con la nazionale croata, che non abbandona mai, decide di tornare a casa in auto insieme alla fidanzata, che anni dopo sposerà il calciatore Oliver Bierhoff, anziché prendere l'aereo. Mentre dorma, la ragazza si spaventa per un improvviso restringimento della carreggiata e causa un incidente che è fatale al cestista, stroncato sul colpo a neanche ventinove anni.

In Croazia la notizia viene accolta come una vera e propria tragedia, tutto il paese piange per la perdita del suo giovane eroe nazionale, simbolo e speranza di rinascita di una Nazione che stava già soffrendo duramente per la guerra. Altri grandi personaggi dello sport croato lo considerano tuttora una sorta di semidio, un personaggio diverso da tutti gli altri. Il calciatore Zvonimir Boban parlerà sempre di lui con profonda ammirazione e rispetto, il tennista Goran Ivanisevic gli dedicherà la vittoria a Wimbledon nel 2001. Anche la NBA prende con grande dolore l'evento, i New Jersey Nets ritirano la maglia numero 3 da lui indossata, e tutto il mondo piange la perdita di un ragazzo che ha dato e poteva dare ancora tantissimo al basket mondiale. Soffre in silenzio, in Jugoslavia, anche Vlade Divac, cresciuto con lui in Nazionale e suo grande amico e confidente prima che la guerra e una terribile incomprensione dopo i Mondiali del 1990 li portassero al silenzio assoluto. Porterà per tantissimi anni il peso di questo dolore e il rimpianto per non essere riuscito a ricucire in tempo il loro rapporto, solo vent'anni dopo la loro storia sarà rivissuta grazie alla ESPN, e Divac avrà un significativo incontro con la madre di Drazen e il fratello Aleksandar, oltre a visitare la tomba dell'amico scomparso.

La storia ha reso ancora più grande la figura di Petrovic, riconoscendogli i giusti onori e meriti per l'importante contributo dato all'arrivo in NBA di giocatori europei e alla crescita di rispetto per il basket della vecchia Europa da parte degli americani, in precedenza ostili e sospettosi. Il Mozart dei canestri, come lo avevano ribattezzato, ha segnato un'epoca per tutti quei ragazzi bianchi che si sono avvicinati alla pallacanestro, ha cominciato a spianare la strada verso l'America insieme ad altri grandi campioni del suo tempo come Divac, Sabonis, Kukoc. I vari Nowitzki, Gasol, Parker che oggi giocano alla pari con le star della NBA devono tantissimo a Drazen e a questi altri "pionieri", che hanno affrontato diffidenza e ostilità per dimostrare a tutto il mondo che anche loro erano in grado di confrontarsi con i fenomeni del basket.

E' per questo che tutto il mondo, oggi come allora, deve ricordare e onorare sempre la figura leggendaria di Petrovic, fenomeno autentico dello sport, uno di quei personaggi che nascono una volta ogni cento anni, e che anche oggi, a vent'anni di distanza, è un mito e un esempio per tanti giovani che sognano di ripetere, almeno in minima parte, le sue imprese sul parquet.

Fabrizio Ronzitti

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