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Il Sei Nazioni del Barone

Il saluto di Andrea Lo Cicero, simbolo dell'Italrugby

| di Fabrizio Ronzitti
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Si è concluso sabato il Sei Nazioni 2013, il più importante torneo di rugby che si disputa in Europa.

E' terminato con il botto finale, ovvero con il successo del Galles, che con una schiacciante vittoria ai danni dell'Inghilterra, fin qui imbattuta e grande favorita, si è riconfermato campione del torneo, già vinto lo scorso anno. E' stato positivo il cammino della Scozia, che ha fatto vedere un bel gioco e molti giocatori giovani e interessanti, mentre hanno deluso molto l'Irlanda, in fase di rinnovamento e svecchiamento, e soprattutto la Francia, che sembra avere poca chiarezza nella conduzione tecnica ed ha concluso il campionato all'ultimo posto, ricevendo il ben poco ambito cucchiaio di legno.

E l'Italia? Per gli azzurri sono arrivati un positivo quarto posto in classifica, il secondo da quando partecipiamo a questo torneo, con due vittorie e tre sconfitte, ma soprattutto una certa evoluzione nel gioco e nella convinzione, anche se mancano ancora la continuità e la cattiveria necessarie per pensare di essere davvero diventati una grande squadra. Ma questo Sei Nazioni che va in archivio porta con sé un'emozione particolare, non solo per le vittorie contro Francia e Irlanda, ma anche e soprattutto perché è stato l'ultimo disputato da uno dei grandissimi protagonisti del rugby azzurro, che è stato un simbolo dell'Italia in questo sport, e che dopo tante delusioni si è finalmente preso delle belle soddisfazioni anche con la Nazionale. Stiamo parlando del pilone Andrea Lo Cicero.

Catanese di nascita, Lo Cicero viene da una famiglia che può vantare origini nobiliari (e per questo verrà presto soprannominato "il Barone", nomignolo che tuttora lo distingue) e una passione innata per il rugby, visto che anche suo nonno Michele ha praticato questo sport in gioventù. Proprio nella sua Catania inizia a giocare a livello agonistico con la palla ovale, debuttando a 17 anni con la Amatori e rimanendoci per quattro stagioni, prima di iniziare una lunga serie di trasferimenti. A ventuno anni si trasferisce a Bologna, la stagione successiva passa a Rovigo, quindi per due anni è a Roma, dove vince uno storico scudetto nel 2000. Tenta anche un'esperienza all'estero, accasandosi ai francesi del Tolosa, ma dopo un anno e mezzo decide di tornare in patria, e gioca prima con la Lazio, poi per tre stagioni con L'Aquila, altro club storico nel panorama rugbistico italiano. Dall'estate del 2007 torna in Francia, nel Racing Metro, con cui conquista due anni dopo la promozione nel massimo campionato francese e in cui gioca tuttora. Parallelamente con la sua carriera da giocatore di club, si sviluppa anche il suo lungo sodalizio con la maglia della Nazionale Italiana. Già nel 1999 è uno dei convocati per la Coppa del Mondo di Rugby, anche se non viene mai schierato, e l'anno seguente esordisce nella sfida contro l'Inghilterra nel primo Sei Nazioni disputato dagli azzurri. Da allora, indossa per quasi quattordici anni di fila la maglia italiana, partecipa ad altre tre Coppe del Mondo (2003, 2007 e 2011), questa volta da protagonista, e diventa uno dei simboli del rugby azzurro a livello mondiale, con spot, pubblicità e un enorme carisma mediatico. Le sue abilità sono tali che riceve anche per tre volte la chiamata dei mitici Barbarians, la squadra formata da giocatori di tutto il Mondo che sfida avversari di prestigio in incontro amichevoli, marcando anche una meta alla sua prima partita, nel 2004, contro i mitici All Blacks neozelandesi.

Potente, duro e deciso nei placcaggi, energico nel portare avanti i palloni e nel sostenere i suoi compagni, meno mete realizzare rispetto ai suoi colleghi più agili e sguscianti, ma un enorme lavoro sporco che alla fine fa vincere le partite ed esalta i tifosi. Lo Cicero ha rappresentato per almeno una dozzina di anni uno dei simboli del rugby azzurro, diventando presto un personaggio a tutto tondo e l'emblema di un movimento in continuo rinnovamento e sempre in crescita, che sta cercando a piccoli passi di arrivare a competere alla pari contro tutte le potenze mondiali della palla ovale. Con lui, e con gente come i fratelli Bergamasco, Parisse e Castrogiovanni, oltre ad altri grandi vecchi del rugby azzurro come Checchinato e Troncon, l'Italia si è affacciata per la prima volta al Sei Nazioni, dapprima nel ruolo di cenerentola del torneo, poi sempre più con ambizioni di miglioramento e in cerca di ruoli da protagonista. Titolare quasi inamovibile e pilastro della mischia italiana, ha appassionato varie generazioni di appassionati con le sue cariche decise, a testa bassa, ha affrontato avversari di ogni continente e di livello internazionale, sempre a testa alta e con la voglia di vincere. Questo 2013 è stato un anno molto importante per lui, che a quasi trentasette anni si è tolto due enormi soddisfazioni a livello personale: prima ha giocato la sua centesima gara in azzurro, contro la Scozia, poi è diventato il recordman per quanto riguarda le presenze con la maglia dell'Italia, superando il primato di 101 del suo vecchio compagno di squadra Troncon e arrivando a 103 caps proprio ieri, nella grande vittoria contro l'Irlanda. Il modo migliore per concludere una grande carriera, l'ultima soddisfazione di una vita sportiva che l'ha visto lottare e soffrire per moltissime stagione, subire vari tipi di infortunio, senza per questo lasciare mai il campo per infortunio, come lui stesso dice nella sua autobiografia.

L'addio è stato bellissimo, commovente, con uno stadio Olimpico pieno e tutto per lui, pronto ad applaudirlo all'uscita dal campo durante la partita, e poi ad osannarlo durante il giro d'onore con tricolore in mano, quel tricolore che ha a lungo portato sul petto e ha onorato sempre con fatica, sudore e grande energia. Insomma, ha chiuso il suo torneo e la sua carriera azzurra da Barone, come lui stesso ha dichiarato con le lacrime agli occhi, e presto lascerà ufficialmente il rugby per diventare allenatore e aiutare il movimento azzurro nella creazione dei nuovi campioni che un domani calcheranno i terreni di gioco per emulare le sue imprese. Negli occhi e nel cuore dei tanti tifosi che lo hanno applaudito in questi anni, però, rimarrà sempre il ricordo di quel numero uno dal fisico imponente ma dal sorriso amichevole e dal carattere aperto e spontaneo che ha conquistato tutti, dentro e fuori dal campo, come solo i veri campioni di uno sport sanno fare.

Fabrizio Ronzitti

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