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DOPING: QUANDO IL CICLISMO E' 'MALATO'

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Anni fa per essere corridore dovevi avere talento e dedizione, voglia di sacrificio ed essere pronto a stare per strada ad ogni costo. Nacquero cosi in Italia i miti di Girardengo piuttosto che di Coppi e Bartali, oppure di Moser e poi Pantani. Tutti grandi sportivi di un ciclismo che rimarrà negli annali ma siamo sicuri non tornerà. A sconfiggere il mondo delle competizioni c’è sempre un male, quasi una forma tumorale da che non si riesce ad estirpare e prende il nome di doping. Un male che è causa di un lento abbandono di interesse da parte del mondo economico e sportivo della realtà ciclistica italiana. Il doping è l'uso (o abuso) di sostanze o medicinali con lo scopo di aumentare artificialmente rendimento fisico e prestazioni dell'atleta. II ricorso al doping è un'infrazione sia all'etica dello sport, sia a quella della scienza medica. Questo è quanto riporta l’enciclopedia on-line Wikipedia. Ci sono due termini che vanno analizzati su tutti, nell’ordine: le prestazioni e poi la parola etica. L’uso di alcune sostanze influisce sulle prestazioni, la condanna allora dovrebbe essere imputabile al gesto di alterare la propria condizione fisica per essere più preparato dell’eventuale avversario, condizione che non metterebbe tutti alla pari e che dovrebbe di fatto alterare anche il risultato finale di una competizione sportiva. La nozione, poi, riprende dicendo che cosi facendo, usando cioè farmaci non riconosciuti se li vogliamo chiamare farmaci, si contravviene all’etica dello sport e all’attuazione della scienza medica. L’etica sportiva dovrebbe essere quella che i nostri genitori ci hanno insegnato dicendoci, se non ricordo male: “Gioca, l’importante è partecipare.” Ora, capendo che lo sport in taluni casi esula dal gioco e diventa vero è proprio lavoro, resta chiaro il fatto che per sport deve intendersi ogni forma di attività competitiva o ludica svolta per il piacere di confrontarsi lealmente rispettando le regole. Quando si diventa medici, e chi lo è lo sa benissimo, si giura il rispetto della professione e lo si fa secondo alcuni punti redatti dalla Federazione Nazionale Ordini Medici Chirurghi e Odontoiatri, in base alla formula introdotta il 23 marzo 2007, la precedente versione risaliva al 1998. Due punti su tutti servono per legittimare quanto seguirà in quello che leggerete: il neo dottore giura di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento; di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale. Sport e medicina dovrebbero perciò viaggiare nel rispetto delle leggi, ma non è cosi e nello specifico dell’indagine a farne le spese è la nobile arte del ciclismo, anzi diremmo di quello con la C maiuscola. Sono, infatti, 65 i casi di corridori italiani trovati positivi dal 2000 ad oggi, un numero impressionante perché sono i casi di cui effettivamente si può certificare l’atto delinquenziale, ma chissà quanti l’hanno fatta franca... Al secondo posto vi è la Spagna con 53. La commissione disciplinare nazionale della FCI (Federazione Ciclistica Italiana) ha esaminato 62 casi di doping dal 2005 sino a fine 2010 con risultati che delineano una vistosa ripresa dell’illecito nel 2010. Ma andiamo per ordine. Nel 2005 si tratta di 17 casi, 9 nel 2006, 16 nel 2007, 2 nel 2008 e 6 nel 2009. E nel 2010, che ci siamo lasciati alle spalle, 12 casi. Davvero troppi, giusti però a dar ragione a quanti parlano di ciclismo malato. Il lavoro sull'uso illecito di farmaci, investe 12 Procure: Bergamo, Brescia, Lucca, Mantova, Milano, Modena, Padova, Perugia, e persino la vicina Pescara. Seguono poi Roma, Sassari ed infine Trento. Come dire dal Nord al sud e per tutto lo “Stivale” ma trattandosi di ciclismo sarebbe più opportuno dire per tutto lo “Scarpino”. Gli scandali per doping fatti registrare in questi anni stanno facendo soffrire il ciclismo, tolgono l’ossigeno necessario e non portano a rigenerare le formazioni presenti. Si assiste al desolante spettacolo di vedere scappare in fuga, per usare un termine ciclistico, sponsor. Il che significa capitali da investire e meno soldi per le squadre, quindi corridori disoccupati e sempre meno interesse anche da parte degli aspiranti professionisti. Come a voler dire che, oltre ai premi ed ai riconoscimenti, il compenso economico, senza girarci troppo intorno, continua ad avere una certa rilevanza. Nel 2011 saranno 175 i professionisti a prendere il via nelle varie competizioni. Nel 2009 l’italia poteva contare su 184 corridori professionisti, nel 2010 ci fu un incremento e si passò a 197, ora sono scesi a 175 che per gli amanti delle percentuali significa una disoccupazione di quasi il 21% su scala italiana e nella globalità dell’8,7%, come a dire ragazzi ben attenti a non voler fare i ciclisti da grandi. Peraltro, a determinare l’ingresso tra i professionisti di alcuni corridori non sono neanche i risultati, ma vere e proprie trattative fra sponsor e squadre che esulano sicuramente dal solo profilo sportivo dell’aspirante professionista. Sono 2 i neo professionisti in società 'world tour', 18 nelle 'professional' per un totale di 20 neo professionisti per quest’anno, numeri che condannano questo sport. Nei prossimi appuntamenti continueremo un viaggio negli inferi di uno sport interessante, ma vittima di un sistema che lo sta soffocando.
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