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“Da trafficante d’ami a operatore di comunità di percorsi alternativi al carcere!”

La storia di conversione di Franco Di Nucci, uno dei responsabili della nuova Casa della Comunità Papa Giovanni XXIII che verrà inaugurata venerdì 15 settembre, alle 14.30, in via San Lorenzo a Vasto

| di Maria Napolitano
| Categoria: Personaggi | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Questa è la storia di un uomo che oggi ha 54 anni ed è passato da una vita caratterizzata dal compimento di piccoli e grandi reati a un'altra che aiuta altri uomini, proprio grazie alla sua esperienza, a compiere una scelta di redenzione autentica.

Per quali reati sei stato condannato?

Sono andato in carcere a 43 anni per traffico d’armi e riciclaggio di auto di lusso che portavo in Albania.

Mi racconti un po’ di te e perché hai percorso la strada del crimine?

Non basterebbe un libro per raccontare la mia vita! Ma ti posso assicurare che di tutto ciò che ho fatto, io sono l’unico responsabile delle mie scelte. Provengo da una famiglia che è sempre stata modesta ma onesta. Ero l’ultimo di tre figli di cui uno affetto da una grave disabilità che lo ha condotto alla morte a soli 13 anni quando io ne avevo sette. Nonostante ero molto piccolo, per me quel fratello era un motivo di vergogna. Sono nato col forcipe e tuttora mi porto cicatrici sulla mia testa. Mi era rimasta la testa un po’ girata e mia mamma seguendo il consiglio del pediatra ogni 45 minuti di notte e di giorno mi girava la testa. Qualche volta i miei genitori mi dicevano che ero “nato per sbaglio” a 11 mesi di distanza da mia sorella. Anche se vedevo che mi volevano bene, ho usato quella frase in qualche modo per dire “ah sono nato per sbaglio, allora faccio vedere io chi sono”.  E godevo nel vedere mia madre che mi aspettava preoccupata sulla finestra quando rientravo tardi la sera. Io tra l’altro ero un bambino iperattivo ma ai miei tempi non erano previsti tutti i supporti che ci sono oggi. Tutti mi dicevano di stare fermo ma la mia mente e il mio agire viaggiava a mille all’ora. E questa mia peculiarità ha caratterizzato sia la mia vita da criminale sia quella di oggi in cui cerco di aiutare chi si trova nella mia stessa situazione. Ero talmente bravo che sono arrivato a gestire un patrimonio di 1.500.000 €. Appena finite le medie avevo già le idee chiare: andare subito a lavorare per essere indipendente e libero, prendere un diploma con le scuole serali e poi diventare un avvocato perché dovevo lottare contro le ingiustizie. Cominciai a lavorare in una carrozzeria e mi presi il diploma di geometra perché era l’unico per le quali era previsto un corso serale. Ma il male era mio, mi era molto più congeniale! Tutto ciò che era sbagliato lo facevo. Sceglievo sempre le compagnie di coloro che erano in qualche modo più scapestrati. Nel periodo del referendum dell’aborto e del divorzio scendevo in piazza e raccoglievo firme a favore. Quante persone ho contribuito a uccidere con questo mio atteggiamento? Dopo l’esperienza della carrozzeria mi sono messo nel commercio con i bar e i videopoker. Mi sono fatto i soldi in quel periodo. Un giorno sull’uscio del mio bar si ferma una donna con due figli e mi disse: “grazie a te abbiamo perso ogni cosa perché mio marito si è venuto a giocare tutto qua dentro. Ma la cosa non mi scalfì neanche lontanamente, non sapevo neanche chi fosse quel marito. Sapevo che era una cosa sbagliata ma non mi importava.  A un certo punto della mia vita incontro una donna che in qualche modo era sola come me e ci siamo sposati e siccome da Roma ci siamo trasferiti nella sua città che era più economica, abbiamo subito scelto di avere dei figli. Abbiamo avuto due figli, programmati e voluti fino in fondo e da entrambi. Per me erano le uniche persone che fino ad allora consideravo davvero importanti. Non li mandavo a scuola perché li volevo con me. Cercavo di essere il contrario di mio padre a cui avevo sempre rimproverato del fatto che era molto freddo (ma lui aveva perso il papà a soli sei anni!).  Avevo già programmato la loro vita, scelto la loro casa e i loro lavori: dovevano restare entrambi vicino a me. Ma quando hanno giustamente cominciato a prendere le loro strade mi sono sentito autorizzato a lasciare mia moglie e lì ho continuato a fare ciò che sapevo fare meglio il male. E quindi è diventato facile approcciare chi compiva reati e quindi a fare quello che ho fatto e sono finito in carcere.

Per te cosa è significato entrare in carcere?

Sembrerà strano ma è come se mi avesse costretto a fermarmi, mi ha dato comunque un senso di liberazione. È stato uno stop a tutto ciò che ero. Tutta la mia vita era impregnata di reati anche di quelli che fan tutti e che possono sembrare minori.

Cosa ti ha fatto entrare in questa consapevolezza, cosa ti ha convertito?

Grazie al carcere ho conosciuto la realtà di Papa Giovanni a cui io avevo detto sì solo per uscire dalle sbarre. Ma lì ho visto che quel vangelo che casomai avevo ascoltato anche in maniera distratta quando stavo alle Salesiani nel periodo delle elementari, era vita. Ho sentito forte l’abbraccio sincero e fraterno di un semplice volontario della comunità di don Benzi. Egli viveva semplicemente le regole del miglior libro di psicologia al mondo in assoluto, il vangelo. E grazie a un lungo percorso di conversione personale e in cui ho iniziato innanzitutto ad amare me stesso, sono entrato nell'ottica che tutto e tutti sono recuperabili. La coscienza dei miei errori e del male che ho fatto al mio prossimo sono la mia spina nel fianco e sono dispiaciuto per le persone a cui ho fatto del male. Ma oggi questi stessi errori sono anche divenuti i miei migliori strumenti per comprendere e aiutare chi vive la mia stessa esperienza.

 

Maria Napolitano

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