Alla cerimonia di arrivo del Treno del Ricordo nella stazione di Pescara hanno partecipato il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, il presidente della Regione Marco Marsilio, il sindaco di Pescara Carlo Masci e, in rappresentanza dei vertici e delle autorità delle ferrovie, Daniele Presciutti (Station Manager di RFI ad Ancona).
Il Treno del Ricordo non è stato per me una semplice mostra itinerante: è stato un incontro con la mia storia.
Camminando tra quelle carrozze, sentivo che ogni oggetto, ogni fotografia, ogni valigia parlava anche di me, della mia famiglia, e di quella di Marcella, delle nostre radici strappate da terre diverse ma ferite nello stesso modo. Ci sono esodi che non nascono in un giorno.
Nascono da politiche che hanno imposto una sola lingua, una sola bandiera, una sola identità.
Nascono da repressioni violente, da confini incendiati dalla guerra, da vendette che hanno travolto innocenti.
E così, intere comunità si sono trovate a chiudere una porta senza sapere che sarebbe stata l’ultima.I miei familiari profughi dalla Libia e quelli di Marcella profughi giuliano‑dalmati, sono come due onde dello stesso mare: spinte via da venti diversi, ma costrette alla stessa traversata.
La stessa valigia che non contiene solo oggetti, ma il rumore delle voci lasciate.
La stessa ingiustizia: essere dichiarati stranieri nella propria storia.
La stessa nostalgia: il desiderio di tornare e il dolore di essere stati costretti a partire.Le politiche fasciste, così violente e repressive, hanno generato fratture che nessun tempo ha mai davvero ricucito.
Hanno acceso vendette, alimentato paure, creato confini che non erano linee sulla carta, ma porte sbattute in faccia ad intere comunità.E poi c’è la parte più umana, quella che mi tocca più da vicino:
la convinzione che quella partenza fosse solo una parentesi.
Un “torneremo presto”.
Un “è solo per poco”.Ma il ritorno non arrivò mai.Le case rimasero oltre un confine che cambiava nome, lingua, bandiera.
Le infanzie rimasero sospese, come fotografie che nessuno avrebbe più potuto scattare.
E quella domanda che mia madre — profuga libica — mi ha consegnato, continua a camminarmi dentro:“Se la mia casa non è più dove sono nata… allora dov’è?”
A proposito di questo, pensare di non poter tornare nei posti dove sono nato e cresciuto, mi provoca un senso di angoscia perché le mie radici mi fanno tornare bambino ed è una sensazione che mi piace...che riporta indietro la mia memoria...
Magazzino 18: la stanza dove la memoria respira.Quando ho visto lo spettacolo di Simone Cristicchi, Magazzino 18, ho capito qualcosa che nessun libro di storia mi aveva mai spiegato davvero.
In quella stanza del Porto Vecchio di Trieste, piena di sedie, armadi, fotografie, giocattoli abbandonati, ho sentito che la memoria non è un archivio: è un cuore.Cristicchi non racconta: accompagna.
E mentre la sua voce attraversa quel magazzino, la storia non è più storia: diventa volto, valigia, respiro.
Ogni oggetto sembra trattenere una vita sospesa, un’identità che non ha mai smesso di chiedere ascolto.In quel luogo ho sentito la stessa vibrazione che porto dentro quando penso ai miei familiari e a quelli di Marcella:
la perdita della casa non come edificio, ma come forma del mondo.
La perdita dei luoghi dell’infanzia, delle strade che ti chiamano per nome, dei rumori che ti insegnano chi sei.Magazzino 18 mi ha ricordato che la memoria, quando è trattata con amore, non divide.
Perché ricordiamo.
Ricordiamo non per giudicare, ma per restituire dignità.
Ricordiamo perché un popolo può essere strappato dalla sua terra, ma non dalla sua identità.
Ricordiamo perché la memoria non è un tribunale: è un ponte.
E attraversandolo insieme, possiamo evitare che la storia torni a chiedere lo stesso prezzo.Il Treno del Ricordo, Magazzino 18, le storie dei miei familiari e di quelli di Marcella…
tutto questo mi ha insegnato una cosa semplice e immensa: la memoria non separa
ma riconosce ed unisce.

