La Valletta delle Luci è stata abbandonata. Abbandonata come tante altre vecchie masserie della campagna. Vecchia, dicevo. Non antica. Sicuramente della prima metà del Novecento. Un segno rilevante di questa abitazione è l’uscio sotto la linea di gronda tipico degli ambienti urbani o periurbani otto-novecenteschi. Nulla da dividere, dunque, con le tipologie dell’uscio sotto la linea di colmo che popolavano l’ambiente degli orti e dei campi. L’abituro è posto in alto con un viottolo che degrada verso il basso attraversando un grande campo di grano il cui giallo intenso esalta la differenza con il verdeggiare del piccolo arborato. Nei fatti, un punto fisico di identificazione molto coerente per qualcosa che, in realtà, si nasconde nella sua assoluta visibilità (fig. 1). Ci si ricorda di quel folgorante aforisma de “Il libro degli amici” in cui Hugo von Hofmannsthal scrive: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”? Beh, pare che ci si trovi di fronte a una circostanza di tale paradossalità!
In effetti, che cosa troviamo al fondo della valletta? Un albero frondoso e solitario alla cui ombra si profilano un cartello e un mucchio di pietre (fig. 2). Tutto qui? In altre parole, una lunga e interminabile introduzione per accontentarci di tale constatazione. Per farne cosa? Ma evitiamo di essere frettolosi, Probabilmente le cose non stanno proprio in questi termini.
Intanto una domanda. Qualcuno ha mai sentito parlare di “capodacqua” (caput aquae)? Se non se ne conosce il significato, sottolineo subito che designa la sorgente di un corso d’acqua. Proprio così, una sorgente. Ma, nel caso specifico, una sorgente nascosta. Anzi, sepolta da un tumulo. Come se si trattasse di una tomba! Sotto un mucchio di pietre, che proprio tale non è. Insomma, stiamo parlando di un pozzetto. Di un pozzetto che cela alla vista il “capodacqua” che per millenni ha soddisfatto il bisogno idrico della città. In altre parole, ci si trova di fronte alla Fonte dell’acquedotto delle Luci, attiva fino al 12 settembre 1926, giorno in cui viene sostituita dall’Acquedotto del Sinello (fig. 3). Non solo sostituita, ma anche abbandonata. Un patrimonio idrico e storico dissolto nel nulla. Già da quel tempo, il mondo usa-e-getta non faceva sconti a nessuno. Non foss’altro perché, fino a quella data, le Luci, nel bene e nel male, avevano servito una popolazione di ben 15071 abitanti (censimento 1921).
Le uniche misure disponibili per questa struttura di II sec. d.C. sono quelle trasmesse dal grande restauro effettuato nel 1819 e per lunghissimo tempo restato inesplorato. Sono calcolate con il sistema predecimale tradotte in metrico solo nel 1840. Stando a quei dati, la lunghezza del condotto sotterraneo intervallato da 72 pozzetti (69+3) posti tra la sorgente e la Luce Pizzuta (Torre di Bassano) – per garantire il flusso costante dell’acqua e la conseguente pulizia di brevi tratti –, il tracciato sotterraneo viene computato in 1432 passi di terra. Essendo un passo di terra equivalente a m. 1,9335799 pari a m. 2768, 88642 (ca. km. 2,9), viene profilata una media di m. 38,45 tra i 72 distanziatori del tracciato ipogeo. Si deve allo speleoarcheologo Marco Rapino (1958-2020) l’avvio della riscoperta “fisica” dell’antico monumento idraulico. Da questo punto di vista, il cartello cui si è già accennato (fig. 4) ne offre alcuni ragguagli storici (la visita è possibile in qualsiasi momento, nel sito posto grosso modo all’incrocio tra la SP 157 e via Acquedotto delle Luci. La masseria di cui si è già parlato è fondamentale per l’identificazione).
Ma se questo è vero, non può essere sottaciuto il fatto che la SP 157 è una via che si ricava all’interno del Tratturo L’Aquila-Foggia, il tracciato più importante del complesso sistema armentizio cantierato da Alfonso V Trastàmara detto il Magnanimo nel 1447. Che imprimeva una forte riorganizzazione economica della transumanza orizzontale in un contesto di percorsi demaniali preesistenti ab antiquo. Da ciò si coglie la ragione per la realizzazione di un modello ipogeo dell’acquedotto. Nei fatti, costituendo un meccanismo di difesa dalla transumanza, consentiva di riservare ai soli abitanti l’uso idrico.
Ma se questo è vero per ciò che concerne l’insediamento unitario della civitas romana, non lo stesso si può dire per l’insediamento disperso del periodo italico (separazione territoriale tra santuario, mercato, difesa, abitati). In effetti, gli scavi condotti nell’estate del 1911 (nell’area delle Luci compresa tra S. Antonio Abate e la Conicella) hanno restituito i resti (VI-IV sec. a.C.) di una importante necropoli (testimonianza, a sua volta, di un corrispettivo insediamento stabile). La conservazione dei pezzi nella sede museale di Piazza Spaventa, prima del trasferimento a Palazzo d’Avalos (anni Settanta), presentava un allestimento diverso. Ad esempio, nell’attuale, sono stati eliminati i resti scheletrici di un tumulo relativi a una ragazza (fig. 5). In passato, i corredi funerari erano esposti a vista (fig. 6). Gli ori, conservati in una teca (fig. 7). Cosa più grave, nessuna relazione di scavo – solo scarne notizie – sui lavori condotti dall’allora ispettore onorario Luigi Anelli nel 1911. Nulla sappiamo sulle ragioni che hanno indotto alla successiva eliminazione dei resti umani. Indicazioni, al contrario, troviamo per gli scavi eseguiti nel 1914 lungo il Regio Tratturo, nelle contrade Luci, Conicella, Castello e nelle proprietà di Michele Naglieri, Giuseppe Naglieri, Silvio Muzii, Paolo Corrado, Alfonso Genova, Giuseppe Mariani, Giovanni Casilli. Come si può osservare, l’argomento è complesso e merita una trattazione a parte. Al contrario, qui interessa solo annotare, la straordinaria relazione che, in fasi arcaiche, si è venuta sviluppando tra la sorgente delle Luci e gli insediamenti umani.
Un primo approccio a un argomento che riserva molte sorprese. Da questo punto di vista, l’interesse mostrato dalla sezione di Italia Nostra del Vastese per ciò che mi piace chiamare “Valletta delle Luci” diventa un fatto rilevante per affrontare una più articolata e complessa storia del territorio.
Le immagini pubblicate seguono l’ordine indicato nel testo.

