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''IL MINISTRO E LA BRIGATISTA'' DI GERO GRASSI, LE RIFLESSIONI DELL'ASSESSORE ALLA CULTURA D'ADAMO

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Si è tenuta ieri pomeriggio a Palazzo d'Avalos la presentazione del libro ''Il Ministro e la Brigatista'', scritto da Gerolamo Grassi. In merito è intervenuto, con la nota che pubblichiamo di seguito, l'assessore alla Cultura Francesco Paolo D'Adamo. ''L'unico patto tra oppressi ed oppressori è la morte''. Questa enunciazione, incisa sulla lapide apposta su un muro di Palazzo d'Avalos, dedicata ad alcuni nostri eroici concittadini (Antonio Bosco, Giuseppe dei Conti Ricci, Gaetano Marchesani) che immolarono la propria vita combattendo per i nobili ideali del nostro Risorgimento, mi ha sollecitato alcune riflessioni sul passato recente. Mi riferisco ai fatti e misfatti del decennio 1968-1978. Con estrema sintesi il tutto iniziò con un inno all'amore ed alla vita (Immaginazione al potere, mettete dei fiori nei vostri cannoni, fate l'amore non la guerra) dopo di che, tra una sequela tra stragi ed attentati, si pervenne all'assassinio dell'On. Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse. L'amore e la vita si mutarono in odio e morte! Tra le diverse analisi ed interpretazioni sul fenomeno Brigate Rosse, quelle più ricorrenti sono l'una, che riprende il filone della resistenza tradita, che non aveva mai smesso di pensare alla presa violenta del potere, e l'altra il filone della rottura tra movimenti e democratici, avvenuta dopo le bombe di Piazza Fontana. Facendo un salto a ritroso nella nostra storia, non possiamo certo mettere a confronto le motivazioni delle guerre e delle lotte cruenti del nostro Risorgimento e della lotta di liberazione dal regime fascista, con le motivazioni degli avvenimenti del decennio 68-78. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, ogni forma di oppressione era decaduta definitivamente, con la proclamazione della Carta Costituzionale. La nostra Costituzione, elaborata dalle forze politiche vittoriose nella resistenza contro il fascismo, esprime la piena garanzia, sia dei diritti e doveri dei cittadini, sia dell'equilibrio tra i poteri dello stato. Se al posto del libretto di Mao o di altri libelli pseudorivoluzionari, si fosse diffuso e studiato la nostra Carta fondamentale, probabilmente avremmo evitato molti lutti nel nostro paese. La qualità della convivenza civile ne avrebbe guadagnato. Tuttavia, come si usa banalmente dire, la storia non contempla ne i se ne i ma. Di qui mi auguro che almeno in questo nuovo secolo, venga introdotto, il più presto possibile, come materia di studio fondamentale nella formazione scolastica, il diritto costituzionale. In conclusione, non posso non trovarmi d'accordo con quanto asserito recentemente dal nostro Presidente Giorgio Napolitano, di fronte ad una platea di giovani studenti: ''La conoscenza della nostra Carta Fondamentale contribuisca al risveglio delle nostre coscienze''.
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