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I burattini del Ferraiolo e l'abbandono di una piazza

Le riflessioni, tra teatro popolare e musica, del prof. Luigi Murolo

| di Luigi Murolo
| Categoria: Varie
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Da un po’ di anni non è più presente nella gran piazza della città. Anche il Teatro nazionale dei burattini dei fratelli Ferraiolo l’ha abbandonata. Non conosco le ragioni di questa fuga da Vasto. So solo che dopo una cinquantina d’anni di tappe tra luglio e agosto, con base sempre nello stesso luogo, si è interrotto il rapporto tra quel pubblico eterogeneo di bambini e di adulti – comunque, sempre di nicchia – e il mondo dualistico di Pullecenella Cetrulo di Acerra – così lo chiama Benedetto Croce nel saggio a lui dedicato –. Ma soprattutto è andata perduta la splendida relazione con la tradizione teatrale di quei fantocci della Commedia dell’arte, ormai sempre più estranei all’universo culturale italiano.

Che posso dire? Da allora non ho più ascoltato con la stessa attenzione il Pulcinella di Igor Stravinsky, il cui titolo originale recita «Ballet avec chant». Pulchinella (musique d’après Pergolesi). Me ne è mancato l’humus. Non ho più respirato l’aria dello spazio del castelletto. Dove mai avrei potuto incontrare Trapulino Trapuliati, Mastu’ Rafaè’ e tutti gli altri personaggi dell’allegra brigata del masque? Certo, mescolati con i ricordi dei miei eroi del «Corriere dei piccoli» anni Cinquanta – Il sor Pampurio di Carlo Bisi, il signor Bonaventura di Sergio Tofano, Capitan Cocoricò (the Captain), Tordella (Mama), Bibì e Bibò (the Katzenjammer kids) di Rudolph Dirks – queste figure d’altri tempi costituivano un vero campionario dei caratteri antropologici con cui, in tempi più recenti, avrei più volte fatto e disfatto la tela dei miei giochi di memoria. Sicché, una volta accomiatatisi da piazza Barbacani, i girovaghi che ne rappresentavano le storie, avrebbero favorito l’insorgere di quel velo di malinconia dal quale non ci si è potuto sottrarre – e parlo dei giovani di allora con un po’ d’anni oggi sulle spalle – e, di conseguenza, indurre il vecchio spettatore all’ascolto di quella celebre pièce di Charles Gounod, il cui titolo vale un programma: Marche funèbre d’une marionette.

Mi si permetta una considerazione. In realtà l’opera qui accennata ha una valenza grottesca e parodistica come in qualche modo la si incontra nella marcia funebre scritta in anni successivi da Gustav Mahler per la Sinfonia n. 1 in Re maggiore e ispirata alla fiaba Il funerale del cacciatore accompagnato dagli animali e illustrata da Moritz von Schwind. Interpretandone la natura ambigua, Alfred Hitchcock ha utilizzato il brano di Gounod come sigla per le sette stagioni (1955-1962) della sua fortunata serie televisiva. Ma l’apparente leggerezza del pezzo non deve comunque trarre in inganno. L’enunciazione dei vari momenti dettata dallo stesso autore è chiarificatrice: La marionetta si spezza, Mormorii di rimpianto dei partecipanti al funerale, Il corteo funebre, Alcuni dolenti si fermano per rifocillarsi, Con maggior garbo tornano a casa. Nei fatti, la morte, il consolo, il pasto rituale e liberatorio; temi, insomma, che, di là dal ritorno a casa del seguito, non suggeriscono una conclusione, ma l’avvio di qualcosa che forse potrà accadere. Che lo si voglia o meno, nessuno conosce la destinazione finale del fantoccio spezzato. La sequenza in crescendo non ha per oggetto il pupazzo, ma gli altri. Sicché, a differenza di Pasolini – che, in Che cosa sono le nuvole (1967), centra l’attenzione su marionette non più utilizzabili (Totò-Iago; Ninetto Davoli-Otello) gettate in discarica da un Domenico Modugno-monnezzaro cantante di un testo singolarissimo –, Gounod pone l’accento sul corteo funebre e sui suoi partecipanti. Ecco allora il punto nodale: in Pasolini la maschera rotta non ha funerale. Ha per trasporto un camion della spazzatura e per destino uno sterrato marcescente. In Gounod, no. L’interesse è indirizzato sull’accompagnamento funebre e, dunque, sul soddisfacimento del corpo dei viventi nella celebrazione del rito di passaggio.
Rivolte alla marionetta, le parole di Pasolini – mutuate in centone dall'Otello di Shakespeare – e musicate da Modugno oltre a essere da quest’ultimo eseguite, sono intrise d’amour fou:  «Ch’io possa esser dannato / se non ti amo. / E se così non fosse / non capirei più niente. / Tutto il mio folle amore / lo soffia il cielo / lo soffia il cielo // […]». Non vi sono dubbi: un’appassionata e melodrammatica dichiarazione di stampo operistico. Una dichiarazione cui la marionetta Totò-Iago, sbalordito dal passaggio delle nuvole, con queste parole risponde dal fondo della discarica: «Ah, meravigliosa straziante bellezza del creato». Del resto, solo Domenico Modugno avrebbe potuto musicare e interpretare un testo di così grande sensibilità. Non era stato forse lui a scrivere, nel 1955, quella censuratissima e delicatissima canzone, splendida metafora degli esiti di un suicidio che è il Vecchio frack?

La scomparsa delle rappresentazioni di quel teatrino dei burattini ha bruciato un mondo. Qui non pongo la differenza tecnica tra burattino (animato dal di sotto tramite la mano) e marionetta (animata dal di sopra tramite i fili). E nemmeno mi interessa sapere che la musica stravinskiana del Pulcinella non sia stata ispirata da Pergolesi, ma da altri autori. Ciò che conta è il fatto che non so quanti saranno oggi in grado di vivere l’emozione per quei versi intonati dal tenore nell’opera del grande compositore russo che così recitano: «Mentre l’erbetta / pasce l’agnella, / sola soletta / la pastorella / tra fresche frasche / per la foresta / cantando va».
Vale la pena ricordarlo: «Pulcinella non muore mai». Lo afferma Eduardo quando interpreta quel ruolo in un film del 1959 (Ferdinando I re di Napoli di Gianni Franciolini). Ma c’è ancora qualcuno capace di comprenderlo? E soprattutto: perché il teatrino nazionale dei burattini ha abbandonato la città? Non conta l’interrogativo, ma la risposta. Quale potrebbe essere? La apprendiamo da una vecchia canzone degli anni Sessanta: «La risposta, amico, soffia nel vento».
 

Luigi Murolo

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