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Il ministro, il comizio, la divisa: Salvini ha fatto entrare Vasto nella storia

Il messaggio fatto intendere dal segretario della Lega: “Votate il mio partito, la Polizia sono io”. È stato il primo a farlo

| di Nicola Di Santo
| Categoria: Attualità
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Forse sarà sfuggito ad alcuni, ma la campagna elettorale abruzzese di Matteo Salvini è entrata nella recente storia politica d’Italia. Ivi compresa, naturalmente, la tappa vastese.

Il ministro dell’Interno, vicepresidente del Consiglio e segretario federale della Lega è intervenuto la scorsa domenica pomeriggio in piazza Diomede a sostegno dei candidati locali in corsa per le elezioni regionali del prossimo 10 febbraio. Un avvenimento che ha coinvolto migliaia di appassionati, sostenitori, detrattori e curiosi, ma che non è stato soltanto un normale incontro elettorale con i cittadini. Non solo per i contenuti espressi da Salvini e per le polemiche che ne sono seguite, ma anche per quella giacca della Polizia di Stato orgogliosamente sfoggiata dal ministro sul palco della piazza vastese.

Una scelta che l’autore che ha difeso e difende strenuamente nonostante i continui strali, ma che pone i seguenti quesiti: era mai accaduto nella storia d’Italia che un vicepresidente del Consiglio dei Ministri e/o ministro della Repubblica Italiana tenesse un comizio elettorale con indosso una divisa di uno degli organi di polizia di Stato? È legittimo identificare un partito politico e il suo massimo rappresentante con un patrimonio dello Stato quali sono le sue forze dell’ordine? È legittimo, in sostanza, che Salvini voglia far intendere ai cittadini il seguente sillogismo: “Io sono il mio partito, io sono la Polizia e quindi il mio partito è la Polizia”?

Dal 1° giugno 2018, giorno da cui è carica l’attuale governo Conte, Salvini ha esordito nella duplice veste di ministro-segretario alla campagna per le regionali del Trentino Alto Adige. Nell’occasione, lo si è visto indossare una giacca della onlus “Cancro Primo Aiuto”, una polo con impresso della Lega con lo slogan “Prima gli italiani” e perfino un grembiule blu da cameriere alla festa di Castelrotto, con tanto di boccali di birra in mano. Nell’attuale campagna elettorale sarda, il ministro ha fatto qualche passo avanti in più: oltre alle solite felpe riadattate ad hoc (es. con la scritta “Cagliari”), Salvini si è abbigliato con la divisa dei barracelli sardi, la più antica forza di polizia d’Europa. Un omaggio che gli è stato consegnato da un rappresentante del sindacato autonomo degli stessi (Sab), ma dal quale il comandante dei barracelli di Alghero, Riccardo Paddeu, ha preso totalmente le distanze, scrivendo al sindaco della città che “il sottoscritto e gli altri colleghi non utilizzano la divisa e il ruolo istituzionale per fare politica”.

Nel tour abruzzese, invece, Salvini ha raggiunto il suo personalissimo climax da autoproclamato massimo rappresentante  delle forze dell’ordine indossando la divisa della Polizia di Stato in tutte le tappe previste. È stato il primo in assoluto a farlo, dato a nessun ministro della Repubblica e/o segretario di partito, fino ad ora, era venuto in mente di fare propaganda politica con indosso abbigliamento e relative insegne di una delle quattro forze di polizia italiane. Una decisione che, a differenza del prima citato caso sardo, non ha ancora registrato la reazione sdegnata del capo della Polizia Franco Gabrielli. Proprio lui, il vero, unico e legittimo capo della Polizia di Stato.

Che cosa dice la giurisprudenza in questo senso? Che Salvini non commette nessun reato. Il codice penale, all'articolo 498, disciplina la “usurpazione di titoli o di onori” e prevede che “chiunque (…) abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, ovvero indossa abusivamente in pubblico l’abito ecclesiastico, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da centocinquantaquattro euro a novecentoventinove euro”. Ma Salvini non commette neanche l’appena descritto illecito amministrativo. La sesta sezione della Cassazione penale, con una sentenza del 2012 (numero 31427 del 24 aprile 2012), ha specificato infatti che il punto importante per valutare se si può applicare quell’articolo del codice penale “è l’attribuirsi una qualifica di pubblico funzionario”. E che quanto descritto nel codice “tutela la pubblica fede che può essere tratta in inganno da false apparenze”.  

Per questo motivo, dato il suo ruolo istituzionale e la sua indiscutibile riconoscibilità pubblica, è improbabile ritenere che i cittadini possano considerarlo un semplice poliziotto, anche se “bardato” in tal senso. Ma è invece più probabile ritenere che quelli più sprovveduti possano riconoscerlo come il massimo e degno rappresentante della Polizia. È questa infatti la palese intenzione di Salvini, al quale manca evidentemente la percezione del confine tra il suo ruolo di ministro che svolge funzioni di Stato e quello di segretario di partito che tiene comizi elettorali. Un ministro, vicepresidente del Consiglio e segretario di partito che usa, prendendo in prestito le parole di Roberto Saviano, “un organo dello Stato che in democrazia è autonomo rispetto ai partiti politici, a tutti i partiti politici, per finalità personali”.

A proposito di abbigliamento e politica, mi viene in mente un aneddoto. Riguarda il primo presidente della Repubblica Italiana Enrico De Nicola, che usava farsi rivoltare il cappotto dal sarto perché non era etico comprarne uno nuovo quando la grande maggioranza degli italiani faceva fatica ad arrivare a fine mese. Un esempio lampante e irripetibile di quando le più alte cariche istituzionali avessero la totale comprensione del loro ruolo e di come questo dovesse essere percepito dagli italiani anche nell’abbigliamento. Un esempio di quando politica voleva dire sobrietà e rispetto, e non strumentalizzazione offensiva e impunita.

Nicola Di Santo

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