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'Cose dell'altro mondo'...: riflessione sulla visita guidata alle tombe ottocentesche di Vasto

Il pensiero del prof. Luigi Murolo dopo un 'tour' nel cimitero

| di Luigi Murolo
| Categoria: Attualità
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«Hoc monumentum heredem non sequatur» afferma Trimalchione nella celeberrima cena del Satyricon petroniano. Con un significato univoco: «La mia tomba non passi all’erede». Il che vuol dire: il sepolcro sia escluso dall’asse ereditario, da eventuale affitto, vendita o riutilizzo.

Non occorre ricordare che, nella cultura latina, il tumulo è esclusivamente personale con un’abbreviatura tutelare che precede l’iscrizione: «DMS (Dis Manibus Sacrum)» [«Sacro agli Dei Mani». I Mani, le anime dei defunti]. E chi vïola le implicazioni di quel dettato sacro, può solo incorrere nelle more del violentissimo interdetto che recita (CIL VI, 29946):
Quisquis hoc sustulerit aut iusserit, ultimus suorum moriatur
Quisquis hoc sustulerit aut laeserit, ultimus suorum moriatur
(Chiunque solleverà questa pietra o la farà rimuovere, muoia l’ultimo dei suoi
Chiunque solleverà questa pietra o la danneggerà, muoia l’ultimo dei suoi)

La defixio (maledizione) che ne consegue presuppone l’azione persecutrice dei lemures. Tutti i profanatori sanno che non si può sfuggire alla furia distruttrice di quegli spiriti della notte. Alcuni però accettano il rischio ben sapendo, come sottolinea Sesto Properzio nelle sue Elegie (IV, 7, 1), che «sunt aliquid Manes» – «I Mani esistono» – e, dunque, provvedono. Contentandosi così di quel solo momento di venale dissacrazione, attendono che, dallo sfondo di quell’universo di fantasmi (larvae), si stagli all’orizzonte l’ad-veniente follia prevista per loro, proprio per loro, inconsulti violatori di titoli funerari.

Non vi sono dubbi. Nelle civiltà arcaiche la sola forza della parola – pronunciata o scritta, poco importa –  è in grado di difendere la sacralità dei corpi affidati alla terra, nel luogo dove «in cineres corpus» e «in aethera uita soluta est» – dove cioè, «il corpo è cenere e la vita si è dissolta nell’etere» – (CIL IX, 2042). La parola, insomma, avvolge la pietra di una sua particolare patina protettiva – l’unguento della memoria? –. La preserva per trasmetterne ai posteri il senso. Gli uomini postumi – in ossequioso rispetto degli antichi giuramenti – hanno la possibilità di porsi – sempre che lo vogliano – nella condizione d’ascolto nei confronti delle voci silenziose provenienti dalle inscriptiones superstiti. Del resto, per la parola semitica, la tomba non è allocata nel cœmeterium (che rinvia al greco koimetérion con il significato di «luogo di riposo»). Non svolge l’azione del verbo (sempre greco) koimân con il valore semantico di «fare addormentare». Molto più semplicemente, per l’ebraico, la tomba è situata in Bet Ha-Chjim, la «casa della vita». Si trova lì, in Bet Ha-Chjim, perché tale luogo – come dicono i locutori di quella lingua – «è la più grande scuola della vita».

Ma può ancora assolvere una funzione “didattica” questa singolare esperienza del campo santo? (tale denominazione è attestata a Pisa fin dal 1287 e fuori da questa città a partire dal 1406). Nel Coro dei morti che Giacomo Leopardi pone in esergo al Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie i defunti dicono di  loro stessi: «Cosa arcana e stupenda / oggi è la vita al pensier nostro, e tale / qual de’ vivi al pensiero / l’ignota morte appar». Ciò che va segnalato, insomma, è il rapporto asimmetrico che si stabilisce tra i morti che pensano la vita e i vivi che pensano la morte. La «cosa arcana e stupenda»  è dunque l’effetto dello strano dialogo che si intreccia a ridosso delle vecchie tombe ottocentesche. Esse riescono a parlarci, con un ottonario piano, di «madre economa affettuosa». Con un ottonario ugualmente piano aggiungono: «uomo probo onestissimo». Stando così le cose, perché non dovremmo più leggere quelle parole e, magari, essere costretti a trovare al loro posto nuovi colombari marmorei gabellati, tra l’altro, per cappelle gentilizie?

Il rischio è pesante per il cimitero di Vasto. L’edificazione selvaggia ha ormai cancellato quasi del tutto i monumenti funerari ottocenteschi allocati lungo la cinta muraria. Salvo per i famedi disposti sui punti cardinali (lievemente intaccato solo quello di sud), le vecchie sepolture residue sono schiacciate tra murature che le rendono umbratili, nascondendole agli occhi del visitatore. E se non le si conosce bene non solo non tornano all’appello, ma vengono addirittura a cadere, inermi, sotto il colpo del piccone devastatore di turno. Così, sans coup férir, una concessione data all’improvviso fa saltare un pezzo di storia e di memoria investendo con violenza tanto l’architettura storica quanto l’antropologia culturale della città (per intenderci, tutti i riti di passaggio cògniti intorno alle cerimonie funerarie).

Nel progetto per il camposanto di Nicolamaria Pietrocola (quello realizzato nel 1840, non il precedente del 1839) la seguente citazione tratta dalla legislazione romana avrebbe dovuto sormontare il pronao dell’ ingresso: «Mors omnia soluit» (“la morte scioglie tutto”). Con quella iscrizione qualcuno avrebbe potuto sottolineare: se la morte scioglie tutto, scioglie anche l’inalienabilità delle tombe o, se si vuole, il vincolo del possesso. E invece no. Sostituendola con l’altra meno drammatica (e drammatizzante) che recita «resurrecturi quiescimus» (la stessa che oggi esiste) è stato tolto ogni alibi a chi, in seguito, avrebbe tentato di legittimarne i riusi. In buona sostanza, i costruttori del camposanto hanno scritto: guardate signori, i defunti riposano per risorgere. Per cortesia, lasciateli dormire nelle loro abitazioni così come da vivi le hanno edificate. Se le cose stanno in questo modo, perché si continua nella irrispettosa pratica di cancellare l’antico? (a titolo informativo aggiungo che è scomparso perfino l’epitaffio per il Pietrocola-architetto dettato da Giacomo Tommasi nel 1855). Di conseguenza: non è forse giunto il momento di tutelare quanto è rimasto (davvero poco) della pietas ottocentesca?

Una visita guidata può solo invitare a trarre un bilancio sull’inaffidabilità dei vivi. Mi chiedo (rivolgendomi a chi crede ancora nell’archeologia del giuramento): vuole un’associazione come Italia Nostra assumersi il compito di guidare questa iniziativa laica di civiltà? Che cosa ne pensano i consiglieri comunali? E il presidente dello stesso organismo istituzionale? Il che vuol dire: è possibile giungere a una deliberazione del Consiglio comunale che dichiari l’intangibilità delle sepolture d’antan lungo il recinto del cimitero ottocentesco? Queste le domande. Ci sarà una risposta?

Luigi Murolo

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