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All'Alba del tempo bruno

| di Antonio Cilli
| Categoria: Storia
STAMPA
Racconto ambientato nella Vasto del primo dopoguerra basato su circostanze realmente accadute. Primo classificato al premio ''Frasi e versi del terzo millennio'' Città di Pisa Quarto classificato premio ''A. Pazienza'' Città di Pescara

Maggio '21 I ragazzi risalivano ceste bavose, cappelli pesanti ripieni di pesce del golfo. Un mare scendeva lungo la schiena, sostava, impregnava la cintola e grondava sfracellandosi a gocce, disegnando nella polvere il filo d'Arianna. Un filo fetoso che univa la Marina a Piazza del Popolo, i mercanti al mercato. Due soldi per viaggio da restituire al bene comune nelle mani di mamma. Un velo di sale rivelava alla lingua di mamma Grazia se crestavo i soldi ovvero il gioco. Il gioco era sempre rubato: un bagno in mare, il mazz' e chizz', al meglio intorzarsi sul tetto del teatro Rossetti a vedere da un buco ''La vedova allegra'' e da un altro le sue gambe; oppure chiudersi al cinema e ridere del ''Monello'' impestati dallo scolo della fatica. Giugno '21 Si procede a passi co-stretti, immersi negli altri come nel giorno del Santo Patrono, come il Santo Primo Maggio, si procede verso la piazza dei felici; luogo in cui si resiste quel tanto che non basta. La Comunione con nostro Signore, una festa comandata. Il Signore vuole giorni in cui gli uomini, anche quelli che avrebbero risparmiato, godano un riverbero della luce. Un vestitino in prestito per fare figura, una chiesa gremita, starnazzi e poi feci il giro dei parenti. Due baci e un confetto, due baci e qualche noce, due baci e due fichi secchi, due baci. Un balocco tornò a piedi sin da Bari insieme a nonna Filomena pellegrina; una palla rotolava e rimbalzava come il cuore felice, ma appena sulla strada un ragazzo accecato, azzeccato dal desiderio indesiderabile scippò la palla e la felicità durata quanto il marito alla gatta. Novembre '21 Ogni santo giorno la casa aveva bisogno di carburante, di qualcosa che ardesse bene senza fumo né lezzo. I frutti del cipresso mortuario erano i preferiti non foss'altro perché vicini; ma spesso le pallecucche non bastavano ed occorreva sconfinare. Andavamo senza dove io e mio fratello Michele, negli occhi una sola brama rami, ceppi per farne fasci. Ci spingevamo verso l'Incoronata talvolta sino alle terre demaniali lambite dalla sabbia e dalle onde di Punta Penna. Un pomeriggio l'amministratore D'Amore ci scoprì intenti nel fare e correndo abbaiava: - Pusate chess' a ess'-. Allora noi, sbiancati eroi, ci dammo in una corsa carburata dal terrore e appesantita dal bottino. D'Amore non demordeva, non voleva farsi fregare da due quatrali ed inseguiva distanziato ma non troppo. Dopo aver macinato diverse centinaia di metri, alla strada ferrata, venimmo acciuffati da alcuni operai e consegnati all'urlante D'Amore che, agguantati i polsi ci trascinava tornando indietro. - Chi siete ? - domandò soddisfatto e curioso. - Siamo i figli di Grazia Pantalone - fu la giusta risposta. D'Amore, trovando in quel soprannome un amico, disse: - Ah, i nipoti di Antonio Pantalone...beh andatevene io non vi ho mai visto -. Aprile '22 Nelle mattine di bella stagione, la stagione in cui per non consumare le scarpe si consumavano i piedi, la strada che raggiunge il palazzo scolastico diveniva tenuta di caccia, curiosa caccia di ogni bene, preziose erano lucertole e cicale, al cambio valevano tre grilletti. Il curvo maestro Don Leopoldo era solito adoprarsi adagiato nelle braccia di Morfeo; per il resto distribuiva randellate, numeri, randellate e lettere. Presi ottanta randellate, fino a pisciarmi addosso, quella volta che riposi nel cassetto una cicala incartocciata, una sveglia frinente. Come di prassi pugnalai poi l'infame Del Borrello con un pennino che gli sgrisciò le tempie ed innescò una gentile faida fra le famiglie: sopra al cotto l'acqua bollente. Facevo la seconda per la seconda ultima volta Maggio '22 All'alba del tempo bruno, orde gissane ed altri montagnoli protervi vennero a fare un lavoretto impuniti anzi guardati dall'ordine costituito. Stampato nel nocciola di occhi verdi. Uomini e roba rovesciati al patronato a Santa Maria. Quattro vermi rossi murarono di furia nel sottoscala di Del Casale la preziosa bandiera, nutrimento dei sospiri che verranno e verranno traditi. In Piazza Barbacani, alla cooperativa alimentare si scaricavano sacchi, paste e liquori su un falò circondato da una danza di sciacalli e di guardiani. Cominciarono a bruciare e rompere maggio, menare giugno; poi gli indigeni, altri neri, pensarono ad oliare luglio, zittire agosto e squadrare, tesserare, e giurare per tutto il tempo. E c'era anche sfilare, soprattutto sfilare perché adorassimo il gagliardetto come si fa con i Santi in processione. - Chi volete libero voi ? - - Barabba, Barabba ! - Febbraio '24 Provai alla fornace, un lungo giorno aperto che spacca la schiena. Passando gli scherni: - Uaiò aech' s' mnut', pover' a te - - Un posto bello al ragazzo - comanda il capò, sguarda l'intero tondo e getta sentenza : zappare la creta e menare gli stozzi nell'acqua per la pasta. Zappa e mena col culo a ponte per dieci ore cui non seguirono più altre dieci. Allora un mattino di seguito, con la schiena dritta, col capo chino entrai nel palazzo comunale ripieno di libri, dove l'uomo nero Suriani faceva il podestà. Quel giorno entrando, mi sembrò di cogliere un sorriso sul busto di marmo, ed anche Suriani accucciato sulla scrivania improvvisamente risorse nonostante portassi carbone. Papà mi disse che Suriani era stato suo tenente commilitone e questo fatto mi tolse un numero e mi diede un nome o forse solo un po' di conforto, un po' d'allazza bugiarda. Al Comune stavo bene, il calore non era quello del sole o del forno della fornace, il calore veniva dai bracieri che servivo negli uffici e dalle patate arrosto che cuocevo in quel bronzo. Dopo diciotto anni di gattabuia per un solo gesto che tolse dal mondo e mandò chissà, Pasquale L'Autunno venne a stare un poco nelle mie giornate, prima di rimorire in galera: quando i bracieri erano spenti dovevo aiutarlo con i sampietrini; rattoppava il mosaico e fondava paracarri. Ma il migliore era Mastro Michele Celano cassiere comunale che mi adottò come garzone di famiglia. Di sera dopo il Comune o la sua signora comandava oppure c'era da far ceri. Mastro Michele serviva chiese e privati aveva comprato perfino il fattapposta: due mazze parallele, la prima fissa da cui pendevano a piombo gli stoppini, la seconda mobile e bucata. L'arnese si affogava nella cera bollente e risaliva per seccare. Mi dava una pezza di cacio, dieci uova, qualche arrotondo e poi Mastro Michele non mi pestava di insulti. Ma anche lui ebbe giorni fratelli peggiori di questi, quando la cassa al Comune ammancava e lui rimetteva. E rimetteva arrossendo finchè, appostate le guardie, il ragioniere confinante infilò per la quarta volta le mani e precedette Pasquale L'Autunno. Già Pasquale: eravamo seduti in cortile quand'ecco il Suriani, vacillante d'andatura per via della guerra ma pur sempre sommo, eccolo sbattere proprio da questa parte; a due metri disse al suo servente: - Avem' passà di ruolo stù uaion ? - e proseguendo mi indicò voltandosi. L'aiuto gli rispose quasi in un orecchio e s'infilarono nel portone. - Pasquà ma che vuol dire passare di ruolo ? - - Vuol dire cà t' vonn' caccià ! - rispose L'Autunno alzandosi per meglio grattarsi. - M' vonn' caccià ? -. Verso casa pensavo a tutte le cappelle possibili e a quelle impossibili che avevo fatto, e conclusi di non andare più al comune per passare di ruolo !

Settembre '25 Giravo lavori, sempre quelli eppur infiniti, finchè, scampati dall'America, sei fratelli tornarono aldiquà del mare, con cento e qualche decina di lire e il grado di cucchiara, per iniziare frabbiche. La più bella, Stella Maris; tempio di mare volevano i pesciaroli non un casotto con l'altare. Alle undici smettevo di affilare i mattoni e passavo per le case dei sei mastri e delle mezze cucchiare aspettando che le signore mi dessero da riportare frittate e pignatelle. Alla sera da riportare c'erano i ferri del mastro, ognuno il suo fagotto. Senonchè s'ammalò un mio pari ed il male contagiò la sua cesta giacchè ora qualcuno doveva gravarsela. Cominciò la lotta per lo scarico ed ognuno accampava per se; giunto il mio turno notai, quasi in silenzio, che c'era il figlio del mastro della cesta, e che poteva assolvere lui. Lo straordinario aspetterà ad una mezza cucchiara e tutto sembrò finire. Per ricominciare la settimana entrante: il mastro padre della cesta, mi mandò a convocare nel privato del suo salotto così per meglio strillare una nebbia di vaffanculi splendenti come targhe; io non ero certo pari al figlio, io ero un figlio disgraziato o di Grazia offesa. Frattanto Stella Maris non voleva esser finita, come per convertirci e trattenerci dal mondo. Su una barchetta rovesciata appoggiavamo il nostro mezzogiorno e la pennica che adattava le onde della sabbia; ma non è facile star fermi a dodici anni e tagliammo il mare in groppa a quel cuscino senza remi, spinti dal garbino, come Don Chisciotte verso il sogno. Non pensavamo che ad andare Cesarino rideva in faccia al sole. Al tramonto, mentre asseccavamo con le mani l'acqua sul fondo della barca, fummo ripescati da un peschereccio che passava per caso o per Dio. A riva pescammo il cazziatone del mastro per la giornata persa, solo la notte ci venne in aiuto a chiudere questioni. Ma non fu così che terminò la mia carriera americana, la misura fu colmata dalla signora mastra. C'è da dire ch'ella comandava come il marito, se non più e se non altro in modo imprevedibile; e vai a dire alla commara, e vai a comprare due sardelle, e vai ad aggiustare la tomba, fiori e candele. E : - Vai a comprarmi le scarpe da Marino -. Il primo paio le stava stretto e torna a Marino, il secondo paio stava lungo e spola a Marino, il terzo paio non le piaceva, il quarto era troppo scollato, il quinto paio erano le quasi dieci di notte dopo un giornatone affilato di mattoni, il quinto paio l'ho pestato e sbattuto al muro di Marino. Dicembre '25 Lungo la strada di Santa Lucia, verso casa, c'era una stalla calda di fiato, come quella del Bambino, un posto dove digerire l'inverno, dove la neve non ci intaccava il petto. Seduti ad aspettare quel che verrà o a raccontare il venuto rifiatavamo accordati al caporal maggiore e soprattutto al cavallone. Invero loro lavoravano, spaccavano il seme, aspettavano che qualcuno portasse una giumenta da montare come Cristo comanda, ed erano pazienti per giorni. Non capivo bene cosa facesse un caporale dell'esercito in una stalla e lui certo non lo diceva a un fraffoso. Stavamo così bene, sdraiati sulla paglia, sparsi come buttati, quando un risucchio dalla porta aperta si tirò il torpore e i nostri occhi; un uomo entrò, fece un cenno alle sue spalle e pretese il saluto alla divisa ormai lercia di viaggio. La puledra s'accomodò subito dopo così che non ci si capava più. Il caporale alzandosi la voce per mettere ordine, ci cacciò come polli: - Sciò, sciò -. Ma io saltai dietro una balla e non visto vedevo: i cavalli già si strusciavano, lo stallone avrebbe voluto le mani per toccare, avrebbe voluto staccare dei morsi ma si trattenne, iniziò a girare con l'affare ingrossato dritto come una trave e non sapeva ancora dove appuntarlo. Il caporale che le mani le aveva, chiuse gli occhi, afferrò quell'affare e lo stampò nel posto più bello della femmina, all'incrocio di un via vai: eccolo il meccanismo, un andirivieni, ecco l'inizio. Mentre il caporale al tavolino adempiva la carta dell'accaduto, scivolai veloce in strada e poi a casa immerso nei miei sogni. L'indomani sparsa la voce, al caldo della stalla, avevamo di che ridere: del caporale che l'aveva preso in mano. - Avevo i guanti - ribatteva lui. Gennaio '26 Tornando al gagliardetto di quei bravi, quando morì Lattanzio, fascistone di prima categoria, il partito gli manifestò un estremo pompato saluto. Muovendo dalla chiesa di San Giuseppe, la carrozza, il corteo, i marciatori 'no-duè, i pennacchi, il gagliardetto e non ricordo la banda, scendevano lentamente corso Dante, sfondavano Porta Nuova e si davano pace. Svaporavano pettilazzi sussurri ricoperti dai cindrelli dei più e dai tacchi dei signori. Il tutto arrivò al camposanto, quando recitato l'epitaffio e recitatone un altro, mentre ognuno sfilava a casa sua, il morto sembrò riposare davvero. Tutti posati tranne gli accesi che risfilavano sui passi, ripetendo un libro di 'no-duè. Lo zio Domenico perso intorno ai cacchi dei pensieri suoi, come per pesarli, si appoggiava alla casetta del dazio: un filo di giunco cacciato in bocca, si tormentava con una mano, con l'altra parava il culo dal muro. Spassò il gagliardetto, un triangolo nero rovesciato e spuntato, ritrattato con due ossa incrociate e un teschio, un feticcio insomma, innalzato su un asta ben sopra le teste; lo zio non sembrò farci caso, appassionato, smorfioso ripuliva le sue zanne gialle. Un uomo di quarta fila si staccò dalla schiera del girone e, incontro allo zio, disse: - Tu, perché non hai salutato il gagliardetto ? - - E chiè lu gagliardett' ? Chi la vist' ? - abbozzò Domenico. L'uomo voltò le spalle e riprese il suo posto di quarta fila, 'no-duè, 'no-duè... Lo zio Domenico aggiunse un pensiero ai suoi e risalì al belvedere romano tramontando negli odori di casa. - Ch' vu' Domè, past' e fasciul' o past' e patan' ? - domandò la zia. - Fa com' t' piace; j m' t' magn' pure a te -. Quand'ecco bussare al portone del belvedere: - In nome della legge aprite ! -. - Domè ch' s' fatt' ? -. E bussare al portone retro: - In nome della legge aprite ! -. Una apposta legge per l'occasione volle ingabbiare lo zio Domenico, trenta giorni di purghe e di merda.

Maggio '26 A tredici anni, il sole mi sbatteva in faccia ecco perché, pur di non avvicinarmi, mi inginocchiai all'amore, lei disse solo un paio di no. Settembre '27 L'oro, sia pure un anellino, un paio di cerchi doppi come il fil di ferro, la dotazione, le femmine e l'onore reclama. E quando una robba è alla portata, il mercante è un amico, celebra, s'investe profano di salvezza, insinua il sollievo breve di un boccone. Così mentore su tutti noi, Grazia in testa, calò Giacomo M. In bocca di porta, al negozio, lui o la signora Luisetta ci salutavano; mamma aggiustava i nostri vestiti ripassati e uno sputo più in là, tronfi d'accostarci, riuscivamo a scontrare impettati quasi chiunque. Mamma allora prese a frequentare l'onorevole Luisetta ed ogni settimana anche due visite, taglio, cucito, orologi, scrocchi d'argento; :- Luisè qu lu fij mè sa da fa la cresima... -. :- E mò j l fa Giacomo -. :- Sciabbendett' lu cumpar Giacomo, evviv' cummare Luisett' ! -. Il mattino di confermazione, se si vede il buon giorno, il compare tempestato dietro la vetrina:- Vai... che mò vengo -. Mezz'ora di più e s'appresentò, il Vescovo e il rito s'appresentarono ancora più dopo quando la testa e lo stomaco, ormai lontani da Cristo, tuonavano di mezzogiorno e avrei voluto benedire. Si salvò dopotutto e non si ritrova, una cipolla da tasca Viler Vetta con tanto di catena per la girandola. Settembre '36 Erano giorni che innanzi il mulino D'Ercole io macinavo ben altro. Come vorrei parlarti di me e dirti tutto, tutto quello che sanno e che so, tutto quello che vogliono e che voglio, tutto l'amore pesante, tutte le lune e tutti i giorni, tutti i santi e le madonne e dirti tutto di me. Macinavo l'amore innanzi al mulino. Vorrei farti riposare sul mio petto e sfiorarti le labbra. Vorrei essere una pagina scritta di quelle che dico io, e vivere lì al numero 221 o più brevemente al 34. Certe volte è meglio scrivere, anzi quasi sempre, se aspetti che riesca ad essere degno lontano da un foglio e vicino vicino o toccato da te, allora non resta che fare l'amore, forse quello sì lo so fare, ma non dirmi di parlarti o di comportarmi, posso provarci certo, posso anche svanire...ed anche tu non credere d'essere al di là del ma però...insegue ogni vanità e financo le cose belle come te, per cercare il mal comune e originale e allora vorrei essere una pagina scritta di quelle che dico io. Non vorrei dividere con nessuno proprio nulla di te, neanche una parola e questo non è bene lo so, non c'è niente di più soffocante che pensare il desiderio come possesso. Se posso dire ti amo dovrei essere in grado di dire amo tutti in te. Invero ho sempre trovato un nemico, lui è sempre l'altra metà sella guerra, l'altra metà della verità. Ecco L'ombroso corredo. E quel che più fa male non so. Non so ''perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade'' ma ''quel che tu par quando un poco sorridi non si può né dicere né tenere a mente sì è novo miracolo è gentile''.

Racconto ambientato nella Vasto del primo dopoguerra basato su circostanze realmente accadute. Primo classificato al premio ''Frasi e versi del terzo millennio'' Città di Pisa Quarto classificato premio ''A. Pazienza'' Città di Pescara

Antonio Cilli

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